Dalla “Giornata della memoria”, istituita in ricordo dello sterminio e delle persecuzioni del popolo ebraico e dei deportati militari e politici italiani nei campi nazisti, la riflessione si estende alle tragiche vicende di altre deportazioni, più recenti, come quelle avvenute nella ex Jugoslavia.
Conoscere per non dimenticare, ricordare per non ripetere e per costruire un presente ed un futuro di serena convivenza tra i popoli, senza discriminazione, senza squilibrio tra condizioni di vita, senza più Shoah.
Domenica 16 marzo 2008, Ore 18:00
“Slide-show e drink”
Incontro con la fotoreporter Fulvia Troja e chiusura mostra
MOSTAR UNITED
La guerra è finita, ma Mostar non è ancora in pace.
Non si sentono più le esplosioni delle granate, ma l’assordante rintocco delle campane delle chiese cattoliche che combatte contro le invocazioni del muezzin.
Arrivando a Mostar per la prima volta, si rimane colpiti dall’incredibile quantità di ferite che la guerra ha lasciato.
Il Ponte Vecchio, abbattuto dall’artiglieria pesante croata, è stato ricostruito, le case distrutte vengono risistemate poco a poco e, nelle strade, la maggior parte dei buchi lasciati dalle granate sono rattoppati, ma ciò a cui non si può rimediare, con un po’ di calce, è la continua tensione, la sensazione di non essere mai al sicuro.
Prima di partire per uno dei tanti viaggi verso Mostar lessi un articolo di Erri De Luca e rimasi molto colpita da una sua frase: “…..ricostruire un ponte mi consola come un atto di medicazione, una cura prestata che rimette in piedi e in cammino una comunità.” Credevo di provare questo arrivando in Bosnia Erzegovina, purtroppo mi sono resa conto che Mostar è divisa e il Ponte non potrà fungere da punto di sutura.
La presunta unità di Mostar è un’operazione di facciata e lo stadio è diventato il campo di battaglia in cui si sfogano i nazionalismi che separano i mostarini.
A questo delirio è scampato un piccolo gruppo di persone che continua a credere nel vecchio motto della città “Unità e fratellanza” e che allo stadio ancora oggi, come 50 anni fa, urla “Mostar nel cuore, Velez fino alla tomba!”.
Questi uomini e donne credono ancora in quei valori che facevano di Mostar la città più multietnica e antinazionalista della ex-Jugoslavia, e del leggendario Velez il suo simbolo, e desiderano trasmettere il loro patrimonio genetico ai giovani.
In questa piccola comunità, ho conosciuto persone che difendono la convivenza pacifica, come ai tempi di Tito, che insegnano ai ragazzi a non domandarsi se il compagno di squadra sia croato, serbo, o musulmano e che sperano che questi giovani diventeranno gli uomini in grado di riunire la città.
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